Chi
siamo
Libropolis, fin dalla sua prima edizione, ha deciso di essere una zona franca, una terra di mezzo, un luogo di incontro e, soprattutto, di scontro delle idee. Perché crediamo profondamente che solo il conflitto possa generare un vero processo di creazione e di pacificazione culturale. Perché solo un’inedita mescolanza di ispirazioni eterogenee può essere germe di una cultura profonda: per fecondare qualcosa, d’altronde, bisogna bruciare, e laminare di dubbi il credo.
Abbiamo così deciso di varcare la “linea d’ombra”, per fare di Libropolis il festival delle intelligenze e dello spirito vitale, contro ogni logica salottiera, dove tutti sono ammessi: per provocare, pungolare a una postura che accolga il rischio e l’azzardo, in vista di divisioni e sintesi rinnovate.
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In questo percorso abbiamo inventato nuovi format, funzionali a restituire dignità al dibattito culturale, superando il deprimente grado di settarismo che ammorba il dibattito d’idee:
• Uno contro tutti
Nessun moderatore. Nessun argomento prestabilito. Nessuna domanda concordata. Nessun argomento intoccabile: domande solo dal pubblico. Senza censura. Senza limiti;
• Il Duello
Combattimento ad armi pari fra due contendenti, armati solo di idee;
• Il Processo
Accusa e difesa si confrontano secondo un rito preciso, con un giudice chiamato a far rispettare tempi e fasi. Al termine delle arringhe, il pubblico in sala, in veste di giuria popolare, emetterà il verdetto finale.
• Miscellanea
Nessuno, neppure gli ospiti, conosce il tema della discussione, che sarà estratto a sorte prima dell’evento da uno dei partecipanti.
Ma non bastava. Sentivamo l’esigenza di marcare in maniera ancora più netta la differenza dalla gran parte delle manifestazioni festivaliere italiane.
E così, concludemmo l’edizione 2023 proclamando che “Libropolis non sarà più un festival del giornalismo tantomeno l’ennesima fiera per l’editoria, di cui l’Italia è già pervasa da nord a sud, in tutte le stagioni, ma qualcos’altro, qualcosa di nuovo e di diverso, almeno nella sua dimensione ideale”
In effetti, L’Italia si sta “festivalizzando”. Oltre 1000 festival, di cui 311 sui libri, da Aosta a Leuca.
Il festival, dunque, «come prosecuzione dei talk show con altri mezzi, dove la presenza di un politico, premio letterario, artista, comico o vignettista, se non è garantita è quantomeno auspicata. Giacchè è di tale mistura che vivono le kermesse, vuoi per attirare il pubblico, vuoi per marcare il territorio» (G. Leganza, Il Foglio, 18 agosto 2024).
Ma c’è un rischio, che noi denunciamo da tempo. A fronte di una continua crescita delle performance delle principali kermesse editorial-librarie, «cala il mercato, calano i lettori e peggiora la qualità della lettura, che è frammentaria, occasionale, scadente. […] Il sospetto è che alla lunga le feste del libro finiscano per sostituire la lettura» (Paolo Di Stefano, Corriere della Sera, 16 marzo 2025).
Insomma, siamo di fronte, nella gran parte dei casi, a corporazioni di interessi culturali, macchine burocratiche che danno spazio alle solite voci, quelle che rabboniscono e corrispondono i pregiudizi di un pubblico che negli anni si è fidelizzato e che diventa il proprio mercato di riferimento. Da mezzo per raggiungere uno scopo, il festival diventa scopo esso stesso. L’obiettivo è quello di riprodursi – all’infinito. Perché? Perché ormai c’è gente che ci lavora, e quindi trova nel festival un mezzo di sussistenza, e se non lo trova direttamente in senso stretto, grazie a quell’occasione, al potere di dare visibilità a un intellettuale piuttosto che a un altro, di includere ed escludere, mantiene vive relazioni che nel corso dell’anno gli possono restituire commissioni, lavori, inviti (per ricambiare), fondi pubblici. Questo potere garantisce una rendita come minimo indiretta, di posizione e di prestigio, quindi di visibilità. Il festival è destinato all’immediata corruzione della sua mission, in modo più meschino di tanti altri tipi di organizzazione: perché camuffa nella pseudo-orizzontalità, nell’apparenza spontanea e disinteressata dell’evento, la sua natura profondamente interessata, la vocazione a calibrare ogni intervento, il peso di ogni ospite, a misurare scientemente le geometrie di interessi che ne compongono l’architettura invisibile, dando vita al peggior salottinismo spacciato per manifestazione di piazza, all’amichettismo amorale contrabbandato da comunanza nella lotta, al presenzialismo travestito da impegno civile.
All’esito di queste riflessioni, nel 2024 Libropolis cambia nome: non più il festival dell’editoria e del giornalismo, ma La città che non c’è.
Perché, rigettata la logica dell’evento culturale come “experience”, Libropolis si abita con la propria esperienza, il proprio vissuto, le proprie idee. Senza complessi, e senza pregiudizi, nella civiltà della conversazione, nella libertà della provocazione. Libropolis è una città sospesa nel tempo e nello spazio, una città che non c’è, che si abita, lontana dall’inferno che viviamo tutti i giorni.
Nella “Città che Non C’è” i libri sono distanti, anziché “istantanei”, proiettati nel lungo periodo, ai confini dell’eternità, fuori dalla contingenza, e i loro autori, alle formalità, prediligono la forma, soprattutto se “démodé”.
È la nostra città, in cui eclettici, irregolari e visionari coabitano con chi è in grado, oggi, di anticipare le sfide di domani, fornendo nuove chiavi di lettura della contemporaneità.
Una città che convive con la complessità, osserva il disordine della realtà, l’ordine del presente, e anno dopo anno, prova a dare un ordine al caos, o il più delle volte a scompaginare le nostre esistenze.
Ma, ancora, non bastava. Serviva altro.
E così, in occasione della prossima edizione, abbiamo deciso di eliminare ogni costo a carico dell’editore, che potrà partecipare a titolo completamente gratuito. D’altra parte, Libropolis non rappresenta un mezzo di sussistenza per nessuno, pena l’immediata corruzione della sua missione: restituire dignità al dibattito culturale, superando il deprimente grado di settarismo che ammorba il dibattito d’idee.
Abbiamo voluto rimarcare – ancora una volta – la differenza tra Libropolis e la gran parte dei festival librari, ormai ridotti a celebrazioni della sovrapproduzione industriale di libri, fagocitati da cantanti, attori, comici e presentatori, con gli editori ridotti a poco più che clienti paganti, relegati ai margini della manifestazione: i festival come prosecuzione dei talk show con altri mezzi.
Se agli editori non chiediamo contributi, chiediamo però il coraggio di uscire dalla propria zona di comfort, abbandonando il format delle usuali presentazioni autocelebrative per organizzare eventi in cui le idee si battono, duellano, si sfidano.
